"Matematicandoinsieme" di Maria Cristina Sbarbati

15 aprile 2014

Emma Castelnuovo, la matematica per antonomasia

Scompare l’insegnante più prestigiosa di questa materia, figlia del grande Guido Castelnuovo

Emma Castelnuovo

Emma Castelnuovo

“La matematica è bella e tanto basta”. Espressa in modo diretto, schietto, ma questa era – per Emma Castelnuovo – la ragione sufficiente per insegnare il linguaggio in cui è scritto il libro della natura.  Ieri mattina, nel sonno, se n’è andata l’insegnante di matematica per antonomasia, colei che ne ha rivoluzionato la didattica nella sempre acciaccata scuola italiana.

Lo scorso 12 dicembre Emma Castelnuovo aveva compiuto cent’anni, ma il suo metodo, che ha affascinato generazioni post-belliche e di baby boomers della scuola media Tasso di Roma, è ancora attuale. Il segreto di tanto successo è forse in una personale miscela di fantasia, creatività e rigore, attraverso la quale quella “bellezza” della matematica arrivava, eccome. «Un giorno mio figlio torna a casa – racconta il fisico Carlo Bernardini – e nel riferirmi della lezione di Emma mi dice “Papà, come era bella la professoressa”». La bellezza di quello che si insegna diventa bellezza della persona che insegna.

Una bellezza che emerge attraverso un metodo messo a punto poco per volta in quelli che il fisico Edoardo Amaldi ha chiamato “gli anni della ricostruzione”, nel secondo dopoguerra, dopo la piena reintegrazione di Emma nella società civile, seguita all’obbrobrio delle leggi razziali che avevano colpito anche la famiglia Castelnuovo.

Un metodo sviluppato poi negli anni ’60. Rivoluzionario. Era la prima volta che per insegnare quadrati e circonferenze si richiedeva agli studenti delle medie prima di tutto di partire dalla propria esperienza. «A distanza di quasi cinquant’anni – scrive il maestro (HYPERLINK “http://comune-info.net/2014/04/la-matematica-e-bella/”) Franco Lorenzoni, allievo di Castelnuovo – ricordo con nitidezza come Emma ci faceva osservare i giochi che i raggi di sole compivano sul pavimento della nostra classe, componendo e piegando parallelogrammi. Pur non avendo più studiato matematica, ricordo bene che quelle figure erano affini ai vetri quadrati di cui erano composte le grandi finestre della nostra scuola». Ecco il concetto di affinità, che passa attraverso i raggi di sole o l’ombra dei cartelli stradali sul selciato. E come lo dimentichi più?

E ancora: il mettere le mani in pasta, anche in matematica, mica solo in “applicazioni tecniche” (che oggi chiamiamo “tecnologia”) o in disegno. E giù a costruire modellini di tutti i tipi. Anche questo l’abbiamo imparato da Emma Castelnuovo. Un operare, in cui pensiero e manualità si sostengono, che diventa il segno della sua didattica. Tutto questo non deve far pensare che il suo metodo andasse a discapito della cura formale e della specificità del linguaggio matematico. E d’altronde con il suo pedigree come avrebbe potuto? Il padre, Guido Castelnuovo, e lo zio, Federico Enriques, hanno scritto entrambi la storia della matematica. E così Emma faceva fare i temi di matematica ai suoi studenti e lì ci si doveva esprimere con un linguaggio matematico più che appropriato.

Le politiche scolastiche nazionali non hanno mai saputo valorizzare appieno la professionalità docente, in particolare la dimensione relativa alla ricerca didattica. Se c’è un’eredità che Emma Castelnuovo lascia è proprio questa: la centralità della ricerca didattica.

Da Europa Quotidiano

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