"Matematicandoinsieme" di Maria Cristina Sbarbati

3 settembre 2013

Il matematico scambiato per spia

“Rischiò la pena capitale in Finlandia, espatriò in America”

André Weil

Una sera del dicembre 1939, in una cena a Helsinki ? quando ormai la Finlandia era stata aggredita dalle truppe di Stalin ?, a Rolf Nevanlinna, prestigioso matematico del Paese, il capo della polizia aveva confidato: «Domani fuciliamo una spia che pretende di conoscerla!». Si trattava, in realtà, di un giovane prodigio della matematica francese, André Weil, che «per semplificare le cose» si faceva passare per obiettore di coscienza. Era stato sorpreso mentre si aggirava vicino alle postazioni antiaeree che proteggevano la capitale dalle bombe sovietiche: questo comportamento di un miope un po’ curioso era stato sufficiente per spedirlo in questura. Nella perquisizione del suo alloggio furono rinvenute fra l’altro una lettera in russo del matematico Pontryagin e «un pacchetto di biglietti da visita di tal Nicolas Bourbaki, membro dell’Accademia Reale di Poldevia». Bastarono a bollarlo come agente del nemico. Alla fine le autorità finlandesi si erano convinte che i simboli delle note manoscritte riguardavano non informazioni militari ma strutture di quella che era nota allora come algebra astratta. Weil fu espulso dal Paese: dopo varie peripezie si sarebbe ritrovato in Francia, imputato di renitenza alla leva. Processato e condannato (maggio 1940), doveva optare per l’immediata richiesta di andare al fronte come sconto di pena; avrebbe assistito alla disfatta sotto l’urto delle truppe hitleriane, per finire «ospite» di un campo di accoglienza in Gran Bretagna.Tale «balletto buffo» è raccontato con disincantata ironia nei Ricordi di apprendistato di questo grande intellettuale, libro del 1991 che ora Castelvecchi ripropone in una versione riveduta e corretta. Claudio Bartocci, curatore e traduttore, ha interessanti ricordi del suo rapporto con Weil ai tempi in cui preparava l’edizione pubblicata da Einaudi nel 1994. Per esempio, André ricorda nel suo libro che il giorno del processo era stato rimesso a nuovo da un barbiere di origine italiana «che gestiva un casino a Rouen». Almeno, così pareva al traduttore, anche se Weil aveva caparbiamente insistito che il più letterale bordello avrebbe fatto miglior figura! Tale spirito puntiglioso era tipico di questo scarnificatore di problemi, per cui la buona matematica consiste nell’arte di levare il superfluo senza lasciar spazio all’imprecisione e di dare peso anche ai più minuti particolari. A guerra finita, dopo un periplo che l’aveva portato dagli Usa al Brasile, doveva stabilirsi (1958) all’Institute for Advanced Study di Princeton. La sua opera matematica ha spaziato nei campi più diversi, dalla geometria algebrica alla teoria dei numeri, e ha influenzato settori avanzati della ricerca fisica come l’elettrodinamica quantistica e la teoria delle stringhe. Quest’autobiografia si chiude con la bomba di Hiroshima (agosto 1945) ed è anche una testimonianza della «crisi delle scienze europee» di fronte all’emergere dei totalitarismi. André era nato a Parigi nel 1906, figlio di un medico di origini ebraiche (l’alsaziano Bernard Weil) e della russo-belga Selma Reinherz; era il fratello maggiore di quella Simone che doveva rappresentare una delle più luminose meteore del cielo filosofico del Novecento. Scherzando «kantianamente», lui la chiamava «stupefacente Fenomeno»; e lei gli ribatteva battezzandolo «Noumeno». Ma forse era il contrario: Simone sarebbe stata stroncata nel 1943 dalle privazioni che aveva affrontato nel condividere incondizionatamente le sofferenze altrui; André si sentiva poco a suo agio col rigorismo estremo della sorella. Il suo rifugio restava l’adamantina bellezza della matematica, dove ? come in una sinfonia ? talvolta «riusciamo a intravedere un universo sconosciuto, che solo di soppiatto siamo ammessi ad ascoltare». Si è spento a Princeton nel 1998. Il suo nome è anche legato a una delle più straordinarie imprese collettive della matematica del Novecento: il tentativo di riscrivere gli Elementi di questa disciplina, un po’ come aveva fatto Euclide con la geometria greca. Lui e altri «giovani turchi» avevano deciso di coprire questa monumentale impresa, che si sarebbe protratta per decenni, sotto lo pseudonimo di Nicolas Bourbaki, rampollo della «sventurata nazione poldeva» (ma anche la Poldevia era un’invenzione). In Finlandia questo gioco aveva fatto rischiare la pelle a Weil; dopotutto ne era valsa la pena. Il suo «apprendistato» ha cambiato il modo di intendere l’avventura della conoscenza: «La matematica non è che uno degli specchi in cui la verità si riflette, forse con più purezza che non in altri», leggiamo in questo libro. I filosofi dovrebbero tenerne conto. RIPRODUZIONE RISERVATA Il libro di André Weil, «Ricordi di apprendistato. Vita di un matematico», traduzione di Claudio Bartocci, Castelvecchi,  pp. 223, 21,69

Giorello Giulio

Pagina 31 (30 luglio 2013) – Corriere della Sera

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