"Matematicandoinsieme" di Maria Cristina Sbarbati

22 dicembre 2011

3/2

Filed under: Articoli,L'Angolo della Matematica — matematicandoinsieme @ 17:59

Ci sono momenti di particolare sconforto in cui mi chiedo quale sia la vera motivazione che mi porta a dedicare una parte non trascurabile del mio tempo a cercare di raccontare pubblicamente un po’ di matematica. L’altro giorno il collega astrofisico Amedeo Balbi ha postato nel suo blog Keplero un’interessante Apologia del Divulgatore, argomentando in modo convincente sul perché si trova spesso (e bene) a scrivere per il grande pubblico. Nel mio caso stiamo però parlando di matematica, che non è una cosa facilissima da raccontare e soprattutto, non sembra essere un soggetto attraente. Non ci sono buchi neri e materia oscura, e nemmeno i neutrini e i bosoni di Higgs. Ossia tutte cose difficilissime e complesse, e in buona parte irraccontabili (avete veramente capito la meccanica quantistica? e di cosa parliamo quando parliamo di quarks?), e che però rimangono in qualche modo attaccate a motivazioni primarie: il cielo, la materia, l’energia, le forze. Insomma, c’è materia per agganciare il pubblico. Per non parlare delle scienze della vita, dove la nostra naturale ipocondria ci porta facilmente a interessarci delle nuove terapie geniche contro il cancro o della semina di staminali. Notate come, in oltre 30 anni di carriera, un divulgatore accorto come Piero Angela abbia trattato di DNA, dinosauri e buchi neri come se piovesse, ma della matematica nemmeno l’ombra. E forse a ragione. Cosa rimane infatti al matematico da raccontare di spettacolare (o almeno interessante)?ri, la geometria, un po’ di frattali, qualche superficie buffa e qualche aneddoto divertente (perché Nobel non ha istituito il premio omonimo per la matematica? ehi, ho visto una foto di Perelman in metropolitana che pareva un barbone). Insomma, tutti sembrano interessarsi dei bosoni e dei fermioni, ma chi si cura della congettura di Coven-Meyerowitz? È facile citare un po’ di nomi di fisici del ’900. A me è capitato di chiedere a qualcuno se conosceva il nome di un matematico italiano del recente passato e sentirmi dire Enrico Fermi (sic!).Va bene, negli ultimi dieci anni le cose sono cambiate. Ora la matematica è di moda, dal pizzicagnolo tutti parlano dell’ipotesi di Riemann, fioriscono le dimostrazioni “semplici” del teorema di Fermat, e la gente fa la fila per sentir parlare Sir Michael Atiyah. Ma a me non sembra che le cose siano diventate così semplici o almeno non lo sono per me e non lo sono mai state. Infatti, dopo essermi laureato, per un bel po’ di tempo mi sono guardato bene dal cercare di spiegare, a chiunque non fosse un collega, di cosa mi occupassi. Un giorno sentii mia madre dire ad un’amica che lavoravo con i computer (sic! cercava di farle capire cosa facevo…). Mi sembrava proprio che fosse impossibile spiegare e non ne valesse lo sforzo, tanto nessuno avrebbe mai capito (io stesso capivo a malapena, e mica sempre, e se proprio me lo chiedevano, biascicavo cose incomprensibili e poi alla fine crollavo e confessavo di lavorare con i computer). Poi un giorno, mentre stavo finendo la tesi di Dottorato, mi toccò andare a prendere mio zio Luciano, famoso studioso di letteratura, all’aeroporto. Uno capace di dirti che non aveva mai capito cosa volesse dire la parola algoritmo. Ma insomma un gran letterato, una persona molto intelligente e curiosa, che infatti mi chiese che cosa stessi facendo (e la premessa di prima era per dire che era in qualche modo la cavia ottimale per un test di divulgazione: un grande potenziale non sfruttato). Ora, la cosa orrenda era che in quel periodo cercavo di moltiplicare funzioni molto singolari, per cui il prodotto abituale non è definito, utilizzando condizioni microlocali (lo so non è chiaro, ma non è questo l’argomento del post. Comunque l’autolesionista che fosse proprio interessato può leggersi questo) e in ogni modo mio zio non sapeva nemmeno cosa fosse una funzione e tanto meno cosa potesse essere una singolarità. Credo che parlai di vulcani, e di come fosse difficile moltiplicarli (sic!) a causa del buco centrale pieno di lava. Di come queste zone incandescenti avessero però delle direzioni, per cui se si evitava di far incrociare le colate fumanti, allora il prodotto poteva ancora farsi (ed evitai di dire che tutto questo comportava un passaggio con la trasformata di Fourier che trasforma moltiplicazioni in convoluzioni). E aggiunsi, ormai lanciato, che in realtà però io mi occupavo di moltiplicazioni di funzioni a valori vettoriali compatibili con operatori differenziali iperbolici (qui credo abbia perso il filo, ma capite, nel frattempo stavo anche guidando!). Insomma, come prima esperienza non fu così male e forse anche oggi non saprei fare di meglio (lo avete appena constatato). C’erano già gli ingredienti chiave della comunicazione: creare una storia interessante, tradurre alcuni concetti in immagini, far capire qual è la difficoltà chiave del problema, tralasciare i dettagli inutili, lasciare il nostro interlocutare con una nuova idea. (Cioè, sul primo e sull’ultimo punto non sono così tanto sicuro…).

Poi per molti anni ritornai nella mia nicchia ad occuparmi di cose che interessano (giustamente) un numero molto limitato di persone. Il momento preciso in cui capii che avevo il preciso obbligo morale di provare a creare un po’ di interesse verso la materia che studiavo e che bene o male mi dava di vivere, fu quando l’allora Ministro Moratti, ed eravamo a questo punto nel 2003, decise di riformare il CNR, di cui fa parte l’Istituto in cui lavoro. Bisogna sapere che il CNR ha una lunga storia con la matematica, se non altro perché fu un matematico a fondarlo, Vito Volterra, e il mio Istituto fu creato addirittura nel 1927. E da molti anni, tra i vari comitati che gestivano la vita dell’Ente e degli Istituti, c’era sempre stato un comitato dedicato specificatamente alla matematica. La riforma Moratti prevedeva invece di passare a un sistema con 11 Dipartimenti, in nessuno dei quali compariva il minimo accenno a questa materia. Nelle proteste che seguirono a questa decisione (tuttora in vigore), che si prefigurava come una vera e propria perdita di autonomia per la nostra disciplina, mi resi conto che lo spazio della matematica nella nostra società era poco più che culturale. Aveva senso fare matematica solo nella misura in cui riuscivamo a diventare “produttivi”, e altrimenti si era al massimo tollerati, senza che però nessuno entrasse mai nello specifico delle nostre ricerche. Ora, se un matematico puro potrebbe anche non interessarsi troppo a migliorare la sua immagine pubblica (non lo credo veramente, lo scrivo solo per enfatizzare il passaggio successivo), per il matematico applicato è invece di interesse vitale rimuovere i vari pregiudizi che lo presentano ora come pazzo e ora come inaffidabile, o entrambi, se vuole sperare di interagire con qualcuno che non fa il matematico di professione. Anche perché questi stereotipi da molto tempo non corrispondono in nulla alla nostra attività quotidiana. Oggi i matematici si occupano di un sacco di cose di interesse non specialistico: ottimizzazione di processi industriali, traffico veicolare e pedonale, gestione delle reti di dati, trattamento e compressione di immagini, criptografia sul web e nelle banche. Sono coinvolti nelle previsioni metereologiche, nel disegno di reti idriche, nella prevenzione di catastrofi naturali. Svolgono un ruolo decisivo in genomica e proteomica, e risultano indispensabili per la progettazione di videogiochi ed effetti speciali al cinema. E per fare queste cose, non basta assolutamente la matematica esistente, ma bisogna sviluppare strumenti e idee completamente nuove. Insomma, in Italia, ma ancora di più all’estero, la professione del matematico applicato è andata molto al di là dell’ambito tradizionale di questa materia, ma di questi successi e di come queste cose possano essere molto molto interessanti, si parla poco e di solito in modo poco informato (sembra sempre che stiamo lavorando con i computer).
Insomma, decisi che valeva la pena di “investire” del tempo nella comunicazione scientifica (come si dice adesso) e incominciai a raccontare cosa facevo, e cosa facevano i miei colleghi, così, per autodifesa. E scoprii le difficoltà di stare sempre in bilico tra la chiarezza e l’imprecisione, del cercare la bella immagine, e l’aneddoto curioso. E a lottare contro il sensazionalismo dei giornali. Del tipo: qualche anno fa, rispondendo a una domanda sulla tombola di un’amica giornalista in diretta radiofonica (si era anche allora in periodo natalizio…), improvvisai un’osservazione assolutamente secondaria (ma che mi sembrava divertente): nella tombola è meglio non avere cartelle con numeri ripetuti. L’osservazione fu purtroppo ripresa in giro in modo abbastanza incontrollato e un giorno, dopo aver chiacchierato al telefono con un giornalista di un noto quotidiano nazionale, trovai un paginone intero dedicato alle mie presunte scoperte (??) sulla tombola. E dei blogger scandalizzati che si chiedevano perché mai il CNR dovesse finanziare ricerche di questa futilità…Ma nonostante questo tipo di infortuni, non sono pentito e credo valga veramente la pena dedicare (stavo scrivendo: perdere) del tempo (e ne serve molto) a fare quest’opera di traduzione, dal linguaggio specialistico a quello quotidiano. Qualche cosa rimarrà.

È un anno esatto che tengo questo blog, forse a questo punto anche voi saprete quanto fa dueallamenouno+uno.

di Roberto Natalini
Se vi interessa la matematica, venite sul sito Maddmaths! (dedicato alla divulgazione della Matematica Applicata, è un’iniziativa della Società Italiana di Matematica Applicata e Industriale

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